1991 / 2012 – con Ponzellini si aggiunge un ulteriore tassello

di Antonello Brunetti

Il 3 dicembre 1991 venne creato il Cociv, composto dalla Montedison (Gambogi e Tecnimont di Ferruzzi 25%), dalla Grassetto di Salvatore Ligresti (25%), dal genovese Elio Del Prato (Edistra 25%), dalla tortonese Itinera di Marcellino e Pietro Gavio (20%), dalla Cer (una cooperativa emiliana con il 3%) e dalla Civ di Manzitti (2%) comprendente le Ferrovie nord, l’Istituto San Paolo di Torino, la Cassa di Risparmio di Torino e la Cariplo.
Creazione aggiunta in modo anomalo all’ultimo minuto alle sei tratte italiane e con lo scopo preciso di inserire le ditte che si lagnavano dell’esclusione (soprattutto la Montedison) nel grosso affare TAV che prevedeva profitti certi, nessun rischio, niente appalti, sicure revisioni economiche in aumento, e tutto ciò a fronte di qualche regaluccio qua e là.
I governanti di allora e le forze economiche che li manovravano, non ancora sballottati dall’indagine di “Mani pulite”, decidevano di tirare le fila del grosso affare T.A.V, allora valutato in 140.000 miliardi di lire e per non avere mugugni al loro interno e tacitare le proteste di chi era rimasto in seconda fila intorno alla mangiatoia, inventano la necessità di una ulteriore linea ad Alta Velocità, la Milano-Genova, affidandola ad un ente creato “ad hoc” che dovrebbe gestire le opere e soprattutto la distribuzione dei profitti e di quant’altro (ricordo che i diari di Lodigiani indicavano nel 4% la quota di tangenti).
Il Cociv si autoproclama, senza alcun appalto e senza mai aver tirato fuori una lira di suo, progettista, esecutore, controllore dell’opera e ne risponde non allo Stato, ma ad una società privata, la TAV, priva di forza economica e di competenza, ma ricca di faccendieri capaci di gestire il meccanismo, la cui punta massima fu raggiunta da Ercole Incalza.
Queste cose le dicevamo e le scrivevamo già nel 1992. A loro supporto, riferisco tre citazioni dal libro “Corruzione ad alta velocità” del giudice Ferdinando Imposimato.
Nel libro, datato 1999, il giudice – che tra l’altro si occupò del caso Moro, dell’attentato al Papa, dell’omicidio Bachelet e di molti altri processi di mafia – sintetizza cosi il contenuto: “Cronaca di un grande scandalo, della madre di tutte le tangenti: le manovre intorno alla A.V.. Un investimento enorme per rendere più efficiente il trasporto ferroviario, diviene oggetto di un assalto predatorio. Gli intrecci fra economia pubblica e privata, la penetrazione della criminalità organizzata, il ruolo della magistratura e della politica, i silenzi dei mass-media. Una trama affaristica che il pool di magistrati milanesi non è riuscita a disvelare”.

A pag. 116 viene riportata una affermazione di Salvatore Portaluri che fu per due anni presidente della TAV. L’unico alto dirigente che, quando capisce in che razza di verminaio di corruzione sia finito, si rifiuta di reggere il sacco ai predatori e se ne va. Nella sua lunga memoria consegnata ai magistrati di Perugia, si legge: “Tutti i gruppi imprenditoriali erano stati accontentati, eppure vi erano ancora dei problemi di equilibrio, ma anche questi vengono risolti con la costituzione di un nuovo consorzio per la tratta più incerta, il Cociv per la Milano-Genova. Un consorzio anomalo di sei imprese, costituito il 3 dicembre 1991”.
Che tristezza leggere tali dichiarazioni, soprattutto se raffrontate alla prosopopea sul Terzo Valico, sull’Alta velocità, sul rilancio del porto di Genova, sul progresso delle genti, sull’inserimento nell’Europa!

Dichiara inoltre, “Non si registra allo stato di fatto – si era nel 1998 – una sola lira di investimento privato all’interno dei 140.000 miliardi stimati”. Voglio ribadire che non si tratta di dichiarazioni di qualche “inutile ambientalista”, come ci ha definiti il ministro Lunardi, ma di chi quell’imbroglio colossale conosceva fin nei suoi più segreti meccanismi e che rinunciò ad una carica prestigiosa per non rendersi complice di una grande truffa ai danni della collettività.
Così parte la grande operazione

Ben tre progetti diversi bocciati da un ente di controllo serio qual è il V.I.A.; 140 miliardi spesi per produrre montagne di carte per i progetti (peraltro definiti scadenti e lacunosi anche dalla Comunità europea), convegni promozionali e due buchi voluti dall’on. Luigi Grillo (i cosiddetti fori pilota) bloccati dai Carabinieri inviati dalla Procura milanese (ma intanto altri 165 miliardi se ne erano andati in fumo). Il tutto per un’opera che nel 1992 battezzammo con lo slogan: un utile per alcuni, un lusso per pochi, un danno per molti, a spese di tutti. Per noi vale ancora questa definizione, anche se l’opera ha nel frattempo cambiato nome: da T.A.V. a T.A.C.

Il Cociv nacque con un parto assai ritardato, forse podalico e quindi affrontava la questione non con la testa ma con i piedi. Il suo scopo era quello di mettere le mani sugli stanziamenti pubblici, sul denaro di tutti per ripartirlo fra pochi.
Secondario era l’aspetto di ridurre il trasporto su gomma a favore di quello su binari; non ambiva a migliorare il trasporto quotidiano dei pendolari; non ricercava l’equilibrio fra collettività e territorio.
Come non essere soddisfatti quando Bersani nel 2002 annullò il “contratto” con il  Cociv?! Idem con la “lenzuolata” del marzo 2007.
In tal modo: comitati, associazioni, Comuni ed Enti, tutti tutori di interessi collettivi, ricuperavano i loro naturali interlocutori, ossia lo Stato e le Ferrovie.
Un attimo di illusione, ma prima con la legge obiettivo del 2002e poi con il ritorno del governo Berlusconi, eccoci di nuovo immersi nella situazione del 1991.
Allora il Cociv aveva come ostetriche i Craxi, i Bernini, i Prendini e i Cirini Pomicini; nel 2002 ne ha una sola, certo “talpone”  Pietro Lunardi. Tornano a prevalere gli interessi di bottega, la logica del “anzitutto far denaro”.

Vediamo nel dettaglio le vicende Cociv.

Solo due anni dopo spariscono negli scandali e nell’incapacità Del Prato e Montedison. Ligresti comincia a perdere colpi e vende tutto a Gavio che quindi passa al 45% delle quote Cociv.

– Giugno 2003 il Co.C.I.V. ha assunto una nuova veste societaria: rispetto alla fase iniziale molte cose sono cambiate. Dapprima scompaiono (travolte da Tangentopoli) Del Prato, la Gambogi di Ferruzzi, poi la Grassetto di Ligresti, assorbita dalla Itinera di Gavio. Evaporano alcune cooperative e il C.I.V. di Manzitti e delle banche (tra le quali Cariplo, San Paolo e C.R.T.) riduce a ben poca cosa la sua quota. Intorno al 1999 Gavio vende e il Consorzio della MI-GE rimane alla Tecnimont-Edison per il 50,55% e alla Impregilo con il 44%. Ora la Impregilo, prima di Pier Giorgio Romiti e poi di Massimo Ponzellini ha acquisito la quota Tecnimont per 39 milioni di euro e ha il 94,5% del Co.Civ.

Il CO.CIV porta sfiga?

– Gran parte dei suoi promotori sono finiti malamente dal punto di vista giudiziario: ricordiamoci Craxi, Bernini, Prandini, Necci, Pacini Battaglia, Del prato, Gardini, Ligresti.

– Alcuni, come Mario Niccolini il primo presidente Cociv, quello che ridicolizzammo nell’unico dibattito pubblico concessoci (eravamo a Locate Triulzi dinanzi a mille persone), Luigi Grillo, Incalza e altri nove finirono sotto inchiesta con l’accusa di Truffa aggravata nei confronti dello Stato per i 165 miliardi di lire dei fori pilota mai deliberati ufficialmente. Accusa da cui non furono assolti, ma che venne semplicemente sviata con il solito sistema della prescrizione dopo nove anni (1998-2006).

– Luigi Grillo, detto il voltagabbana per i vari partiti in cui è transitato, poi ricadde in tentazione ed è stato condannato a due anni e otto mesi per alcuni affarucci con il governatore della Banca d’Italia Fazio e ora è in attesa (sino a quando?) del processo per la vicenda Fiorani. Idem per Fabrizio Palenzona altro superinaguratore di prime ruspate. Ricordate anche il signor “a mia insaputa”, il ministro Scajola sempre presente alle ultime inaugurazioni liguri?

– Ma veniamo ai giorni nostri ed ecco Walter Lupi, condannato per aver distratto soldi pubblici e proprietà per farsi una “casetta” sul mare in quel di Recco.

Infine, fresca fresca, la notizia di oggi: Massimo Ponzellini è  agli arresti domiciliari
per i finanziamenti elargiti al gruppo di Francesco Corallo (latitante). Ex banchiere della Lega e presidente della Banca popolare di Milano avrebbe prestato soldi alla Atlantis che, risalendo la catena di controllo, farebbe capo attraverso una società offshore delle Antille Olandesi a Francesco Corallo, figlio di Gaetano, condannato per reati di criminalità organizzata, e legato al clan di Nitto SantaPaola. Pare finanziasse la Santanchè, Ignazio La Russa, Paolo Romano, Aldo Brancher, e il figlio di Dell’Utri che si occupa di società che gestiscono il gioco d’azzardo.

A Ponzellini vengono, inoltre, contestate anche presunte “mazzette” per 5,7 milioni di euro. La notizia è di giornata e ora dobbiamo prestare attenzione alla tragedia dell’Emilia. Poi ritorneremo sull’argomento.

Una cosa, però, va detta subito: questo Ponzellini è il presidente dell’Impregilo, ossia di quella potenza economica che gestisce il Cociv e quindi dovrebbe realizzare il Terzo Valico. Un altro sfigato? No, un altro esempio di quella classe dirigente che dovrebbe gestire quello che alcuni burloni definiscono “il progresso, lo sviluppo, la crescita”.