Tav, il business del Terzo Valico

Tutte le attenzioni nazionali sono per la Val Susa, ma – sotto il silenzio generale – il governo Monti sta portando avanti la costruzione di un altro traforo tra Genova e Tortona: un giro di affari per i soliti costruttori, a cui la popolazione locale si sta opponendo con tutte le forze.

di Giacomo Russo Spena

Non solo la Val Susa. Nell’ambito delle grandi opere inutili e devastanti che l’esecutivo dei tecnici intende portare avanti, in continuità col governo precedente, non c’è solo la Torino-Lione. Tra la provincia di Alessandria e Genova, divise dall’Appennino ligure, tiene banco da ormai più di vent’anni la discussione sulla realizzazione del Terzo Valico dei Giovi, linea ad alta velocità di 53 km, da Genova a Tortona.

Ricostruiamo la storia. I primi comitati che intuirono la grande mangiatoia rappresentata dall’alta velocità nacquero nel 1991, riuscendo a smontare con perizie puntuali le tesi di chi voleva l’opera, costringendo i progettisti ad accantonare l’ipotesi del trasporto passeggeri, che non reggeva all’analisi dei dati, per preferire quello delle merci, altrettanto improbabile. Verso metà anni Novanta, in punta di diritto, si ottiene l’importante risultato di bloccare i cantieri, costruiti abusivamente, e rinviare a giudizio per truffa aggravata i responsabili di Impregilo, il general contractor.

Nel 2005 viene impressa una nuova accelerazione all’opera, con la presentazione del progetto definitivo. Il movimento si allarga e da rete di gruppi ambientalisti diventa una realtà popolare capace di portare in piazza migliaia di persone nel 2006.

Con l’avvento del governo di centrosinistra il progetto viene accantonato, mandando in quiescenza anche il relativo movimento. Ritornato al potere il centrodestra, il progetto tanto caro ai senatori del Pdl viene rispolverato. Nell’ultimo giorno del governo Berlusconi con un colpo di coda vengono sbloccati i 500 milioni di euro per la realizzazione del primo lotto. Uno dei primi atti del governo Monti e del ministro Passera (con la sua Sanpaolo in prima fila nell’impresa) sarà finanziare con 1,1 miliardi anche il secondo lotto.

L’inizio del 2012 vede il movimento contro il terzo valico reagire a questo blitz, ovunque sul tracciato della linea Tav si costituiscono comitati territoriali che denunciano l’inutilità dell’opera: il traffico di container che si vogliono portare in pianura padana dal porto di Genova è ben lontano dal saturare le linee esistenti come sostengono i costruttori.

Poi l’enorme spreco di denaro pubblico: l’opera costerebbe, ad oggi e salvo ritocchi che sicuramente arriveranno, 6,2 miliardi di euro. Meno della Tav in Val Susa, ma pur sempre una cifra insostenibile per le casse dello Stato. Un indebitamento pari al taglio sulle pensioni da poco varato. Soldi che sarebbero spesi per un’opera inutile economicamente e dal disastroso impatto ambientale, quando potrebbero essere creati molti più posti di lavoro spendendo meno e rendendo un servizio infinitamente migliore al paese, investendo risorse per il trasporto pubblico locale, le bonifiche e il recupero dei luoghi soggetti a dissesto idrogeologico. Per non parlare di scuola, sanità e stato sociale.

La devastazione del territorio: effetto collaterale di ogni grande opera che si rispetti. Con la mente ed il cuore nel Mugello stuprato dalle gallerie Tav, i cittadini liguri e basso piemontesi ormai sanno bene quali rischi comportano per le falde acquifere i tunnel scavati in zone ricche di acqua. Se aggiungiamo che chi scava è la stessa impresa, il rischio diventa certezza. I dati del progetto presentano una realtà che potrebbe addirittura superare in negativo le conseguenze verificatesi nel tratto Bologna-Firenze. Anche qui interi paesi rischiano di rimanere senz’acqua, fauna e flora rischiano di subire un colpo gravissimo.

La presenza di materiali pericolosi: sotto le montagne appenniniche gli studi accertano la presenza di grandi quantità di amianto e uranio, proprio come in Val Susa. Il consorzio costruttore nega e rifiuta di trattare l’argomento. Se dovessero partire i cantieri, centinaia di camion contenenti amianto viaggeranno sulle strade, spandendo il loro carico nell’aria, fino a giungere a destinazione nelle apposite enormi cave, dove i materiali pericolosi ed i residui chimici della lavorazione entreranno in contatto con le falde acquifere esponendo la popolazione a rischi inaccettabili.

Si aggiungano una miriade di questioni, conseguenze dirette di quanto detto ma non per questo di minore importanza: centinaia di ettari di suolo agricolo sacrificato per sempre al cemento, l’inquinamento da polveri sottili delle centinaia di mezzi di cantiere al lavoro a ritmo continuo, le vibrazioni, le esplosioni, i rumori, la viabilità stravolta. Tanto basta a rendere una vasta area invivibile per le popolazioni interessate.

La partita si gioca naturalmente sulla partecipazione popolare, la presa di coscienza dei cittadini che di giorno in giorno diventa realtà, con cortei sempre più affollati: il 6 ottobre ad Arquata Scrivia erano presenti più di tremila persone. Una gara contro il tempo e contro chi, all’interno di un palazzo, gioca a risiko con il futuro di un territorio e la sua gente.

In questi giorni il movimento si sta mobilitando per impedire gli espropri dei terreni necessari alla realizzazione dell’opera, ripetendo quanto aveva già fatto con successo questa estate, per un mese consecutivo, con presidi formati da centinaia di persone, per tutto l’arco della giornata, dalla Liguria al Piemonte.

(3 dicembre 2012)

da Micromega

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