Umbria – Il “modello Lorenzetti” tra inchiesta Tav, Sanitopoli e svendita del territorio

da globalproject.info

Riflessioni dopo le accuse per il passante Tav di Firenze che hanno riguradato anche l’ex governatrice dell’Umbria Maria Rita Lorenzetti

(di Riccardo Fanò, Francesco Gattobigi, Antonio Pio Lancellotti*)

L’inchiesta della Procura di Firenze riguardante i cantieri del passante Tav realizzati nel capoluogo toscano tocca anche personaggi politici di spicco. Tra i 31 indagati per i reati di associazione a delinquere, truffa, corruzione e gestione abusiva dei rifiuti risulta anche l’ex governatrice dell’Umbria Maria Rita Lorenzetti.

La “zarina” di Foligno ha sostituito, nell’agosto del 2010, Mauro Moretti alla guida di Italferr, la società partecipata del Gruppo FSI, con filiali in Romania, Emirati Arabi e Venezuela, incaricata della supervisione, coordinamento, progettazione e realizzazione delle linee italiane dell’Alta Velocità. Ed è proprio questo ruolo che le avrebbe consentito di controllare il flusso di appalti e gestirlo in favore di Coopsette, il colosso reggiano che ha operato attraverso la sua controllata Nodavia. Come merce di scambio Coopsette avrebbe garantito al marito della Lorenzetti, architetto operante a Foligno, diversi appalti nei lavori di ricostruzione post-terremoto in Emilia[1].

Se il quadro dell’inchiesta fosse confermato si tratterebbe di uno dei più grandi intrecci politico-affaristico-mafiosi emersi in Italia negli ultimi anni. Tra gli elementi più raccapriccianti c’è l’utilizzo di materiale ignifugo scadente per la costruzione della galleria e l’applicazione per la maxi-trivella (sequestrata dalla procura) di guarnizioni non idonee a sostenere la pressione dello scavo. Tutto ciò, oltre a rappresentare un forte risparmio economico illecito per le ditte appaltatrici, rappresenterebbe un pericolo reale per la sicurezza dei cantieri e dell’opera. Inoltre i rifiuti speciali provenienti dalle lavorazioni sarebbero stati smaltiti da una ditta casertana affiliata al clan dei casalesi ed avrebbero trovato collocazione in alcune zone agricole, contribuendo ad inquinare le falde acquifere.

Oltre ai danni ambientali, che non sarebbero di minore entità rispetto a quelli provocati dalla costruzione delle linee TAV nel vicino Mugello, un altro aspetto oscuro della vicenda riguarda la posizione finanziaria di Novadia al momento della vincita del sub-appalto. La ditta tosco-emiliana si trovava infatti in gravi difficoltà economica, trascinata sul baratro del fallimento dalla “società-madre” Coopsette, che negli ultimi anni ha visto crescere il suo disavanzo economico fino a quasi 600 milioni di euro (metà dei quali da versare alla banche)[2]. In buona sostanza i vertici di Italferr avrebbero garantito una boccata d’ossigeno a Coopsette attraverso pressioni alle amministrazioni locali, preventivi alterati e spese gonfiate.

Se da un lato il gioco di appalti truccati e scambi di favori non è senz’altro una novità all’interno del panorama italiano, in questo caso è l’intera ossatura di potere della macro-regione “rossa” ad essere coinvolta, in una fitta rete di affari e relazioni che coinvolge potere politico, società partecipate e cooperative.

Maria Rita Lorenzetti rappresenta sicuramente un personaggio-chiave dell’intera vicenda, sia in quanto presidente di Italferr sia grazie alle “proprie conoscenze personali, i propri contatti politici e una vasta rete di contatti”, citando testualmente gli atti della procura. Il curriculum politico della Lorenzetti è sicuramente di primo piano: 12 anni nel Parlamento italiano, durante i quali ricopre anche il ruolo di Presidente della “Commissione Lavori Pubblici e tutela ambientale” della Camera dei deputati, e successivamente 10 anni al timone della regione Umbria.

La sua presidenza, avvenuta nel decennio 2000-2010, ha caratterizzato, una fase di grandi trasformazioni nella regione, che hanno toccato in primo luogo il Welfare regionale. Nel corso di questo decennio infatti l’intero sistema dei servizi pubblici locali viene affidato a grandi società per azioni a capitale misto.

Il processo di aggregazione di soggetti gestori di servizi, avvenuto tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del decennio successivo, porta alla nascita di veri e propri colossi del terziario, il cui raggio d’azione si estende immediatamente ad un ambito nazionale ed internazionale. La Gesenu nel settore dei rifiuti, Umbria Mobilità per i trasporti, Umbra Acque per l’erogazione idrica definiscono un complesso sistema di holding all’interno del quale si installano meccanismi sempre più spinti di finanziarizzazione. Una menzione a parte spetta alla multiservizi Acea, società che fa capo all’imprenditore romano Caltagirone che, oltre ad acquisire una rilevante quota di Umbra Acque, rivolge i suoi interessi prevalentemente all’area ternana, divenendo azienda leader nel settore dei rifiuti ed in quello dell’energia.

Vista l’importanza ed il giro d’affari delle società menzionate, sulla questione delle nomine pubbliche di vertici e dirigenti si gioca una battaglia bi-partisan che rappresenta lo sfondo principale dell’azione di maggioranza ed opposizione nell’ultimo decennio di vita politica regionale.

Anche nell’ambito della sanità emerge chiaramente uno stile governamentale in cui la gestione pubblica si intreccia in maniera sempre più consolidata con gli interessi privati e con il sistema delle clientele. Ne nasce una vera e propria “Sanitopoli” che, in seguito a un’inchiesta partita nel 2010, vede la procura di Perugia chiedere nel luglio 2012 il rinvio a giudizio per Maria Rita Lorenzetti, altri esponenti di spicco del ceto politico regionale e diversi dirigenti sanitari. L’inchiesta riguarda l’irregolarità di alcune promozioni ed assunzioni[3].

Il decennio di presidenza della Lorenzetti è coinciso inoltre con la fase più intensa della ricostruzione che segue il terremoto del 1997. Il processo di ricostruzione, oltre a segnare una fase di cementificazione forzata del territorio, ha visto l’ingresso nei circuiti economici della regione di aziende e capitali legati alla criminalità organizzata, in particolare alla camorra. Quasi trecento imprese edili napoletane e casertane (molte delle quali direttamente legate alla camorra) si sono aggiudicate un totale di 916 appalti[4], stabilendo in seguito un largo giro di affari che ha portato nel settembre 2011 al sequestro di beni mobili ed immobili per un valore di oltre 100 milioni di euro ed all’arresto, a Perugia ed in altre città del centro Italia, di 16 persone affiliate al clan dei Casalesi[5].

La ricostruzione ridefinisce gli equilibri della governance territoriale che, accanto ai tradizionali blocchi di potere ed al ruolo storico della massoneria, vede emergere una lobby del cemento potente ed arrembante. La questione dell’edilizia e delle opere ed infrastrutture civili meriterebbe un consistente approfondimento, ma per esigenza di sintesi ci limitiamo a dire che, nonostante la crisi, l’Umbria è una delle poche aree d’Italia dove si continua a costruire a gran ritmo.

Il “modello-Lorenzetti”, così come abbiamo provato a descriverlo nei suoi passaggi fondamentali, rappresenta una chiave di lettura imprescindibile della vicenda regionale degli ultimi anni. Ma le cose descritte possono tranquillamente eludere un piano prettamente locale ed apparentarsi con altre vicende simili all’interno del panorama nazionale. Si definisce così un paradigma di gestione del territorio e di rapporti di potere fatto di tanti interpreti che, attraverso uno schema consolidato di rendita parassitaria, accumulano cariche, potere, risorse e ricchezze divenendo i nuovi rentiers del terzo millennio.

Cosa emerge alla fine di tutto, quali sono le dinamiche che si sono sviluppate e quali sono le considerazioni che si possono fare su questo “modello”? Come prima cosa possiamo notare la completa invarianza di comportamento, rispetto ai partiti che hanno detenuto il potere politico dal dopoguerra in poi in Italia, DC, PSI, Forza Italia, PDL e Lega Nord. Di fronte a mutati scenari, sia economici che politici, a livello nazionale e globale, il risultato non cambia: la corruzione rimane un aspetto endemico di questo sistema. Quello che oggi c’è di nuovo è la vendita di intere porzioni di territorio: il territorio diventa una merce all’interno dei meccanismi finanziari di messa a valore, che ignorano i diritti di chi in quelle zone vive, lavora, studia.

Come secondo aspetto, ovviamente non per importanza, notiamo anche l’incapacità dell’autorità giudiziaria di svolgere un’azione tempestiva quando in gioco ci sono grandi interessi e reti di potere. Troppo spesso in Italia la magistratura interviene in maniera parziale e tardiva rispetto a questioni già in precedenza sollevate e denunciate dai comitati territoriali attraverso un’attività di inchiesta dal basso. Un’opera paziente e quotidiana, frutto di un continuo scambio di conoscenze ed informazioni, ma soprattutto di battaglie reali costruite nei territori. Basti pensare ai tanti attivisti di Chiaiano o della Val di Susa ed al loro preziosissimo lavoro nello svelare pubblicamente i nessi politico-affaristici che stanno dietro i rifiuti o l’Alta Velocità e nel combatterli con forza.

Proprio gli esempi citati rappresentano l’essenza di un’opposizione complessiva a questo modello di potere e di gestione, che hanno fornito al paese l’esempio di lotte che hanno prodotto una modalità altra di pensare, progettare e vivere il territorio, attraverso pratiche di democrazia reale, governo autonomo, gestione comune delle risorse e della ricchezza.

Anche in Umbria, seppur in scala ridotta assistiamo ad un fiorire di comitati civici e popolari che si battono nei territori, che iniziano a prendere parola pubblicamente ed a scendere in piazza. Ed è forse proprio da qui che può nascere un’alternativa concreta e dal basso al “modello-Lorenzetti”.

*attivisti del Csoa Ex Mattatoio Perugia

 

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