Devastazione e saccheggio: Salini s.p.a. in Etiopia

Alcuni mesi or sono il controllo di Impregilo (general contractor del Terzo Valico attraverso la scatola vuota Cociv) è stato preso dalla Salini Costruttori, grande impresa romana che al pari di altri grandi gruppi ha affari sparsi un po’ in tutto il mondo. Uno dei più importanti è quello che si sta portando avanti in Etiopia, nella valle del fiume Omo, per la costruzione di una serie di dighe: queste imponenti costruzioni, le più grandi dell’Africa e tra le più grandi del mondo, serviranno a produrre un’enorme quantità di energia elettrica ed a creare dei bacini sfruttabili per convertire le terre delle tribù etiopi in redditizie monocolture irrigue.

Probabilmente qualcuno penserà che sia un bene offrire ai “selvaggi” una possibilità di crescita e sviluppo. Lo sviluppo, il lavoro: grimaldelli sempreverdi per giustificare qualunque devastazione, dall’Africa al Terzo Valico, da Casale a Taranto. Questo progetto, che negli ultimi anni ha sollevato le critiche di molte associazioni ambientaliste nel mondo, è un concentrato di tutto quello che non si dovrebbe fare in una logica di sviluppo sostenibile.

La professoressa Claudia J. Carr dell’università americana di Berkeley ha scritto un dettagliatissimo report di 250 pagine su questo progetto dall’eloquente titolo “Humanitarian catastrophe and regional armed conflict brewing in the transborder region of Ethiopia, Kenia and South Sudan: the proposed Gibe III dam in Ethiopia” (catastrofe umanitaria e conflitto armato covano nella regione di frontiera tra Etiopia, Kenia e Sud Sudan: La proposta diga Gibe III in Etiopia).

All’interno di questa consigliatissima lettura ritroviamo tutti gli elementi di un lavoro “all’italiana”, misti ad una violenza di tipo coloniale, in un paese in cui la corruzione scandisce il ritmo di vite che non hanno alcun valore. Ritroviamo le odiose pratiche di land-grabbing che hanno scatenato molti conflitti nel sud del mondo, la devastazione di ambiente e biodiversità attraverso la creazione di invasi artificiali, monocolture irrigue, distruzione degli ecosistemi esistenti.

Come dice l’autrice: “I molteplici impatti di un grande progetto di diga sul fiume Omo sono esaminati tramite un’analisi dell’uso delle risorse e dei sistemi naturali focalizzata sul mezzo milione di indigeni le cui vite sarebbero radicalmente cambiate dalle conseguenze ambientali a valle della diga. L’autrice avverte di un imminente catastrofe umanitaria ed ecologica che sta venendo minimizzata dai governi delle tre nazioni rivierasche del bacino dell’Omo e del lago Turkana. La reale minaccia di una grande carestia e del conflitto armato nella regione di confine tra Kenia, Etiopia e Sud Sudan è da attribuire all’inazione del governo e delle agenzie per lo sviluppo e all’indifferenza per gli impatti della diga in progetto. Nonostante un’ampia documentazione attesti il contrario, le banche per lo sviluppo, le compagnie industriali e le agenzie del governo hanno prodotto dei report che minimizzano l’impatto ed esagerano i benefici.

Suona familiare? Anche lì appalti assegnati senza gara, per un valore di 1,55 miliardi di euro, in palese violazione della legge etiopica. Anche lì progetti farlocchi che negano i danni e inventano benefici. Anche lì un accordo tra politica, banche e privati ai danni di un paese povero, vulnerabile e corrotto. Ma è sbagliato pensare che sarà solo l’Etiopia a pagare questo progetto. Il governo italiano, che gioca un ruolo di primo piano in questo affare, ha finanziato fin dal 2004 l’opera con un esborso di 220 milioni di euro tramite l’Italian Development Cooperation, un’agenzia per lo sviluppo diretta dal Ministero degli Esteri. Pare inoltre che per questo finanziamento l’organismo sia stato sottoposto ad un’inchiesta nel 2008, poi archiviata. Quindi l’Italia ha usato e probabilmente ha ancora intenzione di usare fondi destinati alla cooperazione internazionale e allo sviluppo per finanziare una grande ditta italiana.

Quello che invece là funziona diversamente sono i diritti umani e l’ordine pubblico. Purtroppo un progetto che modifica così profondamente un bacino grande come quello dell’Omo comporta la “delocalizzazione” di moltissime persone. Il nuovo assetto idraulico della regione prevede che centinaia di migliaia di ettari vengano destinati a monocolture irrigue e per fare questo diverse tribù vengono cacciate dalle loro terre. L’unico posto in cui sarà concesso loro di stare è il delta del fiume Omo, sulle sponde del lago Turkana. Questa zona, proprio grazie alla diga, è destinata a prosciugarsi e gli abitanti, che già si affidano largamente agli aiuti internazionali, saranno privati dei loro unici mezzi di sostentamento, principalmente la pesca e la pastorizia. Per avere un’idea di come funzionano queste operazioni di “delocalizzazione”, recentemente sul sito della CNN è stato pubblicato un report dall’Etiopia riguardo un massacro ai danni della tribù dei Suri, fatto accaduto apparentemente nell’area in questione. L’articolo, che non ha ricevuto smentite, riporta che il 28 Dicembre 2012 un villaggio è stato accerchiato dall’esercito e circa 150 persone sono state uccise. Il link contiene immagini non adatte ai deboli di stomaco.

Il signor Salini, stando a quanto dice il Fatto Quotidiano, fin dagli anni sessanta ha costruito le sue fortune in quel paese grazie alla Democrazia Cristiana. Dalle pagine del suo sito la Salini s.p.a. si mostra sdegnata per le accuse che in questi giorni gli vengono rivolte, ma intanto con quei soldi sporchi di sangue si è guadagnata la maggioranza di Impregilo, entrando nell’affare Terzo Valico.

Print Friendly, PDF & Email