Sempre più in alto

Quando ho scoperto che la strada asfaltata più alta d’Europa era il Pico Veleta, ho avuto la certezza che prima o poi ci sarei salito.
Tralascio i particolari dell’organizzazione e i timori di stare facendo il passo più lungo della gamba, fatto sta che quando, ho prenotato la nave ho capito che ero al punto di non ritorno: Pico Veleta ha da essere e Pico Veleta sarà.
Ad impreziosire questa missione, per nulla scontata, sarà il portare e sventolare la bandiera No Tav-No Terzo Valico sulla vetta ciclabile più alta d’Europa (3.400mt).

Sabato 28 giugno 2014: il fatidico giorno è arrivato! Dopo un’abbondante colazione, mi preparo ad affrontare la grande sfida: mi aspettano 43,5 KM di salita che mi porteranno da Cenes de la Vega (Granada) fino alla cima del Pico de Veleta. Partenza da quota 700 mt. dislivello complessivo di 2.700 mt.

In leggero falsopiano i primi chilometri, ma superato l’abitato di Pinos Genil bruscamente la salita s’inerpica fino ai 7-8% per poi mantenersi per 9 km.
Avevo paura di non trovare fontane o comunque possibilità di rifornirmi di “beveraggio” perciò avevo portato con me 4 borracce da 750ml, al contrario, numerosi sono i bar ed i ristoranti dislocati sul percorso.
Altri 8 km sull’antica “carrettera” della Sierra Nevada e di li a poco supero un cartello che indica l’altitudine di 1750 m. Cosa!? Me ne mancano altrettanti? Il piacere di pedalare in questo luogo è talmente ampio che non mi pone pensieri negativi. Pian piano la vegetazione si dirada, strada larga, silenzio e solitudine, ma tanto, tanto sole per ulteriori 16 km fino ai 2550 m. dell’albergo universitario. Questa località è il punto di arrivo di molti automobilisti, sciatori (non ora) ed escursionisti. Nei pressi della caserma militare “todo por la patria” è posta la barriera, rigorosamente abbassata, quale fermo al traffico motorizzato. Mi pare anche un’ottima idea per noi amanti dell’aria fine. Siamo nel Parco Nazionale della Sierra Nevada e dichiarata Riserva della Biosfera dall’UNESCO, in questo universo minerale non sono solo, è sabato, la strada è frequentata da molti ciclisti, chi con la MTB chi con la “Superleggera” non parliamo poi dei numerosi escursionisti che cordialmente mi salutano e mi incoraggiano. Supero la barriera e da qui il manto stradale è precario; buche enormi, sassi aguzzi e ghiaietto, quando incontri catrame è ruvido e non permette lo scorrimento auspicato, salgo zizzagando per evitare ogni sorta di rischio-foratura.
Siamo a quota  2.700  ma altri 700 metri di dislivello mi separano dal raggiungimento del mio obiettivo.
Sono colto da crampi e costretto a rallentare ma subito dopo riprendo con una forza di volontà indescrivibile. Sto pedalando in un ambiente lunare: attorno a me solo sassi e rocce. L’aria comincia ad essere rarefatta e improvvise raffiche di vento a volte mi costringono a brusche sterzate per garantire l’equilibrio sulle due ruote. La strada ora è diventata una pietraia dove scorrono rigagnoli d’acqua provenienti dai vicini cumuli di neve :pedalare qui  è veramente difficile.
La carrozzabile marca un stretto tornante verso sinistra e prende decisamente la direzione della cima del Veleta. La stanchezza si fa sentire sempre più, l’ossigeno si sta facendo raro ed a peggiorare la situazione la pendenza gradualmente aumenta, andiamo verso il 10% su una strada dove l’asfalto, ultimi 1.500 metri, ha lasciato il posto ad una difficile carrareccia che come ricompensa per il mio “calvario” mi propone l’ultimo strappo di 400 metri al 13%! Siamo a quota 3382 metri, la carrareccia termina qui, non restano che una trentina di metri su grosse lastre di roccia che effettuo a piedi trasportando la bici e raggiungere, finalmente, la sommità tanto agognata marcata da una colonnina del Pico del Veleta con i suoi, esattamente 3394 metri di altitudine.
Un panorama incomparabile si presenta davanti a me, da un lato la valle da cui sono salito, dall’altro un terribile strapiombo da cui stanno salendo in cordata, alcuni giovani scalatori. Ci complimentiamo a vicenda per l’incredibile  impresa.
Dopo un ben meritato riposo, in ammirazione dell’immenso panorama che mi circonda, le rituali foto immortalanti il magico momento, è tempo di prendere la bandiera No Tav e sventolarla sulla cima più alta d’Europa che una bicicletta possa arrivare!
Curioso che chi mi fa la foto ricordo con la bandiera No Tav sia un ragazzo spagnolo che ha fatto l’Erasmus a Genova. Mi chiede cosa vuol dire No Tav, ma sono troppo stanco e affannato per spiegarglielo, riesco solo a farfugliare che siamo un movimento contrario alla mafia e alla distruzione della natura per opere sbagliate e inutili.

Bene coperto, l’aria a 3400 metri è abbastanza fresca, sto iniziando la lunga discesa e già incontro alcuni giovani “Cabra Montés” emblematici mammiferi della Sierra Nevada, una specie come i nostri stambecchi alpini, che al mio approssimarsi se la “squagliano” senza troppa fretta.

Pico Veleta doveva essere e Pico Veleta è stato.

Mirco Grillotti, comitato no tav terzo valico Pontedecimo e San Quirico