Lupi, Incalza e il Terzo Valico: oltre le apparenze

Come volevasi dimostrare. Suona sempre un po’ spocchioso dire “ve l’avevamo detto” ma, come dire, ve l’avevamo detto. Dopo anni spesi a predicare il fatto che le grandi opere, e quindi anche il Terzo Valico, fossero un sistema criminogeno, creato appositamente per finanziare i politici e i loro partiti, anche la magistratura se n’è accorta. Tra l’altro, anche i più scettici non potevano ignorare quel grumo di potere che fa capo al Ministero delle Infrastrutture del ciellino Lupi dopo le rivelazioni dello scandalo Expo, in cui quel sistema venne solamente sfiorato. Il faccendiere che viene pedinato dalla polizia fino al suo ingresso in Senato, le intercettazioni in cui gli stessi collettori di tangenti parlano di Lupi come uno che esagera.

Eppure, quella volta nessuno si sognò nemmeno lontanamente di discutere la figura del ministro. Oggi ignorare non è più possibile. Pur non essendo indagato, l’uomo delle grandi opere è ovunque. Sbaglia chi pensa che tutto si possa ridurre ad un paio di rolex regalati e all’assunzione comandata del figlio. Questa vicenda è molto di più: lungi dall’essere un punto di chiusura, è piuttosto un segnale di come gira quel “mondo di sopra”. Proviamo ad analizzare l’ordinanza di arresto, piuttosto corposa, che pubblichiamo integralmente qui.

L’inchiesta è incentrata sulla figura di Ercole Incalza. In questi giorni di “risveglio delle coscienze” tanti media hanno parlato di lui ed hanno descritto la sua importanza, che va ben oltre alla carica tecnica che ricopre. Uno che attraversa sette governi e passa indenne attraverso una marea di guai giudiziari non può non essere un politico molto accorto. Sempre dalle intercettazioni, infatti, emerge il suo ruolo di leader occulto del NCD di Alfano: “ho appena finito di scrivere il programma elettorale” dice al telefono.

Incalza ha sviluppato, a partire dalla Legge Obiettivo da lui redatta nel 2001, un meccanismo perfetto che permetteva a lui ed ai suoi soci di incamerare tangenti. Imponendo ai general contractor delle opere il direttore dei lavori (Perotti) poteva ricevere, attraverso di lui, una percentuale sull’importo dei lavori che, stando a quanto riporta la stessa ordinanza, non è altro che la cara vecchia mazzetta.

I contractor poi non avevano nulla da ridire, perché l’uomo di Incalza avrebbe finto di effettuare dei controlli sull’esecuzione dei lavori, permettendo a chiunque di fare qualunque porcata, e in più non si sarebbe opposto al lievitamento dei costi dell’opera. Loro ci guadagnano tutti, e noi paghiamo. Come previsto, privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite.

Ma entriamo nel dettaglio. Le accuse: corruzione, induzione indebita, turbativa d’asta. La percentuale che il direttore dei lavori imposto da Incalza, Stefano Perotti, otteneva da ogni grande opera variava tra 1 e 3%. Oltre al direttore dei lavori, Incalza e soci potevano imporre anche consulenze da parte delle società che ricevevano i finanziamenti per le opere dal ministero. Per quanto riguarda il Terzo Valico sono stati utilizzati entrambi i sistemi: Incalza impone al Cociv (oggi di Salini, ieri di Gavio) di incaricare Perotti come direttore dei lavori ottenendo dunque una percentuale sui 6,2 miliardi di euro dell’opera, e non contento fa avere a suo genero Alberto Donati una consulenza da 691.797 € dalla finanziaria della famiglia Gavio. Ecco, queste sono le tangenti pagate da Cociv.

Anche Perotti tiene famiglia: al suo parente con studio a Genova, Giorgio Mor, affida dei lavori e impone l’assunzione del figlio di Lupi. Per incentivarlo gli regala anche un prezioso Rolex.

E per essere chiari, la differenza tra pesci grandi e piccoli che il mainstream sta facendo è un falso. Si indicano Incalza – e il suo tramite, Perotti – come dominus del sistema. Incalza persuade con la parlantina gli imprenditori ad accettare il suo uomo di fiducia, ottenendo ricavi enormi, quantificabili in centinaia di milioni di euro, senza praticamente prestare nessun servizio. Mentre Lupi, descritto come uno che passava di lì per caso, viene oggi messo alla gogna per aver chiesto un posto di lavoro da duemila euro al mese per il figlio neo laureato. Dovremmo berci la narrazione ufficiale per cui il signor Perotti teneva per sé quell’enorme flusso di denaro, o è lecito pensare che servisse ad Incalza per mettere d’accordo tutti, finanziando anche coloro i quali lo hanno tenuto lì per sette governi?