Di come esiston cose che certi panorami li rovinano peggio che la nebbia

Dal sito del Collettivo Alpino Zapatista

Il cielo è coperto ma non freddo, l’ora presta ma non alpinistica, il gruppo nutrito ma non oceanico.
Io sono puntuale ma non puntualissimo: la mia macchina lascia l’asfalto e si ferma sulla ghiaia a bordo tornante, scendo un po’ imbarazzato sotto una quarantina di sguardi che tra sciarpe ben alte e cappucci ben calati hanno già indossato lo zaino.
Pronti? Via.
Il sentiero procede a mezza costa dalla strada di Praglia fino a Prato Leone, la leggera ascesa sembra essere un ottimo compromesso per metabolizzare la sveglia e lasciare fiato sufficiente a parlare.
Contrariamente ad altre gite più orientate alla “vetta” nelle quali fatica e sforzo fisico sono il piatto forte, quest’uscita richiede infatti una discussione, un confronto di opinioni. Per affrontare questa gita serve il fiato per camminare ma bisogna tenerne anche per parlare.
Da Prato Leone il sentiero impenna leggermente, i segnavia sono sempre gialli a indicare il versante sud dell’altavia, vista e panorama però cambiano: sotto di noi la Val Verde si apre sempre più evidente mano a mano che saliamo verso passo Perseghino. Gallaneto, Iso, Cravasco, panorama dalla splendida estetica autunnale giallo-arancione che le nuvole basse e la nebbia irregolare possono solo migliorare.
A rovinarlo, del resto, ci pensa già l’unica macchia di arancione innaturale compresa nell’inquadratura: l’arancione delle reti che contengono, delimitano e proteggono il cantiere di Cravasco del terzo valico.
Dopo aver distrutto il paesaggio, molestato rapaci e selvatici, dopo esser stato bloccato per l’inadeguatezza nella gestione delle scorie amiantifere, il cantiere è ripartito grazie al racconto di paratie “a doccia” che servirebbero a neutralizzare la dispersione delle fibre nocive.
I giornali di oggi, però, tornano ancora una volta a darci ragione – con svariati anni di ritardo-  nuovo stop al cantiere e al suo sistema di docce che fallisce, ancor prima di iniziare la fase vera di sperimentazione.
Misure insufficienti all’abbattimento delle fibre cancerogene: stop al cantiere fino a data da destinarsi.
La gita prosegue, attraversiamo l’appennino come lui steso ci concede: senza bucarlo saliamo a piedi verso le Figne. Dopo un paio di falsi avvistamenti dovuti alla nebbia fitta raggiungiamo la vera vetta: foto, sighe, panini e thermos prima di ripartire.
Nuovo passaggio radente sulla Val Verde e i suoi cantieri per poi piegare a destra, appena la nebbia si alza e il panorama si apre sui laghi del Gorzente un aquila ci saluta con un passaggio di fronte a noi (no era proprio un’aquila, non un altro rapace, non un gabbiano, non un merlo. Era un’aquila).
La discesa passa nei pressi della lapide che ricorda i Martiri di Passo Mezzano: in questa zona è stata particolarmente attiva la resistenza partigiana, da Cravasco alla Benedicta e molte sono le lapidi che ricordano eventi come questo. Non è cosa nuova, evidentemente, violentare questi luoghi, ma finora han saputo combattere e difendersi.
Il pomeriggio avanza e il clima non è certo dei più caldi, concludiamo questa gita sociale No terzo valico con grigliata, panissa e vino rosso offerti in abbondanza dai ragazzi del comitato di Isoverde.
La condivisione di un esperienza rafforza i rapporti, la fiducia reciproca e da nuovo carburante al nostro entusiasmo, la gita è finita ma le iniziative continuano.
Continueremo a trasmettere l’amore per le montagne, continueremo a spiegare il nostro modo d’intendere lo stare insieme e l’andare in montagna che riteniamo funzionale al creare interazioni e suscitare contraddizioni. Continueremo a lottare contro il terzo valico e qualunque altra opera inutile danneggi l’uomo e l’ambiente nell’interesse di pochi.