Scoperti alla Pieve reperti neolitici di 7000 anni fa, ma non lo deve sapere nessuno

Anni fa, impegnati su più fronti contro il Terzo Valico, avevamo notato la presenza nel progetto di aree definite “ad alto rischio archeologico”. All’epoca dicevamo che chi definisce un ritrovamento archeologico un “rischio” si qualifica già da solo, e lo ribadiamo a maggior ragione oggi che scopriamo alcuni sviluppi sensazionali che qualcuno si è guardato bene dal divulgare alla stampa.

Tutti in zona sanno delle tombe romane nelle campagne intorno a Pozzolo Formigaro, così come si sapeva che nel cantiere di Radimero è stato trovato parte dell’acquedotto dell’antica Libarna.

Per puro caso scopriamo ora che nel 2015 sono stati rinvenuti vicino alla Pieve di Novi Ligure dei reperti del neolitico antico, databili intorno al VI-V millennio avanti Cristo. Tracce di un insediamento, ceramiche, punte di frecce e un’ascia in selce delle Alpi. Gli studi sul ritrovamento sono stati pubblicati nei quaderni della Soprintendenza archeologica del Piemonte, tanto interessanti quanto misconosciuti a chi non è del settore.

Dando per scontato che Cociv sapesse dei ritrovamenti della soprintendenza, ha avvertito le istituzioni locali o no? Chi sapeva? Perché la nostra comunità è stata tenuta all’oscuro per due anni?

Altrove, in nord Italia, simili ritrovamenti hanno suscitato l’interesse delle comunità locali: nella vicina Momperone, per esempio, dove i reperti sono finiti in un museo. A Piadena c’è un sito che è stato fatto oggetto di pubblicazioni internazionali. A Travo, nella vicina val Trebbia, è stato addirittura ricostruito un intero villaggio neolitico che è diventato un’importante attrazione turistica. Ovvero, avere oro per le mani e sapere cosa farne.

Qui ci costruiamo sopra il terzo valico e non diciamo niente a nessuno. Così come in riva allo Scrivia, nel territorio di Carbonara, nella stessa pubblicazione trova spazio il ritrovamento di due capanne neolitiche, una delle quali addirittura ha reso i resti di una tomba con lo scheletro di un bambino. Trovate grazie a (e sacrificate per) il metanodotto della Snam.

Nel nord Italia, i siti conosciuti dello stesso periodo non sono molti. Il compito degli addetti ai lavori è, attraverso il confronto con gli altri siti, determinare come queste genti vivevano, cosa coltivavano, di quali tecnologie erano in possesso, come e in quale raggio scambiavano merci e conoscenze, creando le cosiddette “culture” in cui la storia dell’uomo preistorico è suddivisa. I ritrovamenti di Novi, per esempio, si collocano a cavallo tra la “cultura del Vho” e la “cultura dei vasi a bocca quadrata” e presentano elementi uguali ai reperti trovati altrove nella pianura padana, anche a centinaia di chilometri da noi.

Il compito dei non addetti ai lavori, invece, è valorizzare e divulgare quanto scoperto quantomeno a chi vive in zona. Così si allargano gli orizzonti della storia locale e si insegna che le generazioni che si sono succedute in questa terra sono assai più di quelle che credevamo. In confronto a quegli uomini e donne, i cittadini dell’antica Libarna sono quasi nostri contemporanei, con i loro acquedotti ed anfiteatri. Ora sappiamo che già in un tempo che facciamo fatica a comprendere tanto è lontano, ben prima di Stonehenge o delle Piramidi, qui si viveva una vita tutt’altro che animalesca: si abitava sotto un tetto, si coltivava la terra, si barattavano beni con genti lontane, si sviluppavano tecnologie.

Son anche queste le cose che ci aiutano a mettere nella giusta prospettiva storica la nostra civiltà odierna in tutta la sua arroganza idiota, con la sua devastazione del territorio fine a sé stessa, le sue opere senza uno scopo, le truffe in project financing. Se per millenni il futuro è stata una speranza da coltivare, in questa Italia è solo un prodotto finanziario su cui speculare, su cui addossare debito e cemento.